Nuovi Fenomeni di Isolamento Sociale

I nuovi fenomeni di isolamento sociale

Sempre più frequentemente il mondo degli adulti si confronta con ragazzi che affrontano insolite condizioni di vita; ritirati volontariamente in modo progressivo o repentino dalla scuola, e da ogni ambito di socializzazione, si isolano nella propria stanza e scelgono un nuovo modo di stare al mondo, in cui viene spesso privilegiato e accettato il contatto con la realtà virtuale, a discapito di ogni forma di relazione e attività che presupponga un coinvolgimento del corpo e un’esposizione dello stesso al di fuori di uno spazio delimitato.

Questi nuovi giovani decidono di abbandonare l’avventura nel mondo per dedicarsi ad una condizione di esilio in solitudine.

Il ritiro può essere radicale o parziale. Di solito questi giovani hanno forti resistenze ad affrontare l’ambiente sociale extra-familiare ma rimangono in relazione e moderatamente attivi nelle occasioni che riguardano le dinamiche familiari. Talvolta però, alcuni sviluppano un rifiuto persino degli ambienti conosciuti e l’isolamento diventa pressoché totale.

Il ritiro prolungato spesso causa un disorientamento temporale che conduce spesso il ragazzo a confondere i suoi bioritmi e a invertire il ritmo circadiano, provocando un’enorme stress psicofisico oltre che disagio familiare e una difficoltà nella gestione della vita quotidiana.

Le attività alle quali si dedicano possono essere molteplici, possono dedicarsi alla lettura, al disegno o alla scrittura, più spesso si dedicano ad una intensa attività di gioco e di lavoro con l’uso di Internet e dei videogiochi. A volte, in casi estremi, non ci sono stimoli di nessun tipo che possano invogliare il ragazzo ad occupare il tempo in qualsivoglia attività e quindi il ragazzo passa le giornate senza fare nulla di concreto.

In base alla caratteristica del fenomeno che predomina, la nosografia psichiatrica contemporanea definisce questi fenomeni in vari modi: fenomeni Hikikomori, Neet, Freeter, Internet Addiction Disorder.

L’isolamento e la volontaria privazione dell’incontro con l’altro è sono i tratti più preoccupanti di questi fenomeni e sembrano essere il risultato di una somma di fattori.

Ci sono caratteristiche sociali prevedibili e generalizzabili, che predispongono un’intera generazione a questo particolare rischio e fattori di tipo individuale, non prevedibili e non generalizzabili determinati dalla struttura psichica del soggetto e da come la sua storia si intreccia su di essa.

I giovani volontariamente reclusi vivono un dolore sordo, incomunicabile, un sentimento straziante di inadeguatezza e di profonda vergogna rispetto ad un’ideale sociale che appare come tragicamente irraggiungibile.

Il sistema tecnologico offre a questo proposito una sorta di terapia maldestra, perché non radicalizza il vuoto e lo rende sopportabile evitando una caduta in una solitudine sorda, assoluta, folle. Una sorta di membrana immaginaria tra una vita e una non vita, in cui nascondersi perché nessuna delle due soluzioni, la vita o la morte, sembra possibile.

Il sistema tecnologico è anche, nel contempo, ciò che affonda ancora di più il giovane recluso nel tunnel della solitudine, perché la cronicizza, offrendo un surrogato che mentre sfuma i caratteri di drammaticità della reclusione e della separazione con l’altro, offrendone appunto un’alternativa, non ha però le caratteristiche e dunque il potere nutritivo e sano della relazione umana.

Questi ragazzi non riescono a sostenere un sistema sociale che si fonda sul narcisismo, sul successo e sulla felicità promesse a chi riesce ad offrire la massima prestazione. Una società che si fonda e si struttura su valori come quelli del successo e dell’affermazione personale e alla cui base è collocata una famiglia “debole” anch’essa, non più sostenuta da un sistema edipico, che si rispecchia nel culto sociale senza contraddirlo e senza contrastarlo. I ragazzi non sono più difesi e strutturati dal sistema familiare, che patisce inerme, insieme a loro, quello sociale, e, insieme a loro ne viene inglobato.

Con il progetto GiocaMi e l’Ambulatorio di Medicina Integrata del Dolore della Clinica Pediatrica del Policlinico di Milano cerchiamo di prevenire questi fenomeni nei soggetti più giovani e di spezzare la catena del silenzio di questi giovani auto reclusi e aiutarli a trovare parole nuove per tradurre il disagio soggettivo a causa del quale la loro vita si è ammalata.

 

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